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Quella telefonata...
Non dimenticherò mai quella
telefonata. Erano più o meno le 11.45 di un giorno di ordinaria
“normalità” nella casa che fuori paese condividevo con altri
colleghi o presunti tali. La sera prima avevamo festeggiato, come
siamo soliti fare, l’onomastico di qualcuno degli inquilini della
casa. Ed essendo 5 ed avendo ognuno tre nomi di battesimo, è facile
immaginare che quasi ogni sera c’era “fistinu”. Uno dei ragazzi ci
aveva proposto, piuttosto che la solita birra di discount (prendi
cinque e paghi uno), di consumare delle bottiglie di elevato valore
venale e storico provenienti da non meglio precisate (e prestigiose
a suo dire) cantine di Marsala. Bottiglie fornite da suoi parenti
trapiantati in prestigiose città dell’hinterland salemitano, che
avevano fatto fortuna spillando denaro a qualche fesso di turno e
che, quando tornavano a Salemi, si atteggiavano a mega-imprenditori
della finanza (quella degli altri). E che, seduti al bar con amici
di tempi passati, contemplavano le loro ammiraglie con sellerie in
pelle arancione, che davano ai passanti l’idea del buon gusto e
della ricercatezza(?). E che sfoggiavano al collo delle collanine
d’oro (così le chiamavano…), del tutto identiche alle catene che si
utilizzano per evitare il furto di motorini ma placcate oro e che
sorreggevano dei crocifissi enormi che all’apparenza sembravano
pesare non meno di 1,5 kg.
Ma torniamo a quelle vicende. Nella
serata precedente alla telefonata, dopo l’ennesima alzata di calici
(che in realtà non erano calici bensì dei bicchieri di nutella
dismessi con ancora qualche residuo della ghiotta crema) la
discussione mi stava sembrando degenerare. Uno dei ragazzi, in preda
ai fumi dell’alcool, cominciava a scagliarsi contro lo schieramento
politico avverso al proprio, esternando anche particolari della vita
privata dei suddetti politici. “Lo conosci il segretario regionale
del partito……? sò mugghieri sà fici f……. di chiddu(omissis)”;
“chidd’avutru s’ammuccau ù finanziamentu di…..”. Fattolo calmare con
degli impacchi di un noto amaro delle nostre zone, che a suo dire
era molto più efficace della camomilla (che cazz…!), per svelenire
il clima proposi di fare un salto in un noto locale cittadino. Erano
più o meno le 23,50. I ragazzi, con aria distrutta dalle numerose ore
di studio e di applicazione nelle rispettive materie, non sembravano
entusiasti dell’idea. A qualcuno seccava uscire in quanto
avrebbe dovuto cambiarsi, qualche altro si lamentava di doversi
andare a lavare(?). Stavo quasi per desistere dall’idea
quando uno dei coinquilini mi chiese che tipo di locale era.
“Picciotti ci sono ragazze che fanno lap dance e spettacoli in cui
si spogliano, e poi se qualcuno desidera qualcos’altro….”. Neanche
avevo finito la frase che notai un rigonfiamento al basso ventre di
uno di loro, evidenziato dal fatto che aveva il pigiama. Scoppiai a ridere e cominciai a
cazzeggiare un po’ sul fatto. Neanche avevo finito di sorridere e si
presentò quello che faceva più complimenti di tutti già lavato e
vestito… “Amuninni picciò?” chiese. L’amico col pigiama, domata la
tempesta ormonale, si preparò in quattro e quattr’otto, e finalmente
uscimmo. Notai in macchina una insolita frenesia di arrivare a
destinazione, uno dei ragazzi mi chiese di correre promettendo di
rimborsarmi i soldi della benzina. Non approfittai, ovviamente, del
momento di “calore” dell’amico e cercai di giungere a destinazione
nel minor tempo possibile.
All’entrata del locale c’erano tre
grossi buttafuori che, non so per quale ragione, capirono
immediatamente che eravamo di paese. Ci chiesero da dove venivamo
ma, per non farci riconoscere, prontamente rispondemmo di essere di un
paese vicino. Mentre gli altri erano impazienti di
entrare, io mi fermai a parlare con uno degli energumeni che
controllavano l’ingresso. Era molto alla mano e con un sorriso
sornione mi chiese: “ma quel tuo amico che è ‘na scagghia ri
cristiano dunn’avi a ghiri?”. Dopo averlo convinto a farlo entrare,
spingendolo a fare un’opera di bene per un povero “addisiato”,
finalmente entrammo. Ci fermammo dentro per due ore e mezzo, i più
svegli del gruppo si divertirono davvero, qualcun altro (pratico di
lavori di mano-valanza) non fece altro che entrare ed uscire dal wc
per tutta la sera, tant’è che alla fine dovettimo pregare il barman
di preparargli un doppio zabaione per far fronte alle numerose se….
Però si era fatto un po’ tardi. A
quelle ore è fisiologico il crollo del desiderio. Tuttavia un
desiderio permaneva: quello di andare a dormire. L’indomani si
preannunziava una giornata davvero pesante. Ed allora saggiamente decidemmo di
andare a nanna, satolli di sguardi ammiccanti ed anche, purtroppo, di
“manu vacanti”.
Il giorno successivo mi svegliai di
buon’ ora. Dovevo fare molte cose e quindi mi preparai in fretta ed
andai. Tornai a casa verso le 11,30 per continuare a casa un lavoro
iniziato fuori, quindi mi chiusi nella mia stanza e cominciai a
scrivere. Dopo circa quindici minuti si sentì un
telefono squillare. Doveva essere di uno dei ragazzi, quindi non
diedi molta importanza alla cosa. A seguito della chiamata bussarono
alla mia porta.
Era Bernardo, uno degli inquilini, e
sembrava alquanto agitato. “min…..ha telefonato Berto e viene
oggi a casa nostra……comu faciemo? c’è un macello a casa… ”.
Berto era un nostro amico di vecchia
data, che amava vagare per l’Italia e non soltanto in cerca di case
chiuse e che, dopo aver affrontato con successo gli studi di
Pilulogia presso un’Università locale, aveva deciso di frequentare
un master post-laurea in Magnacciologia presso un’Università del
nord. Nella sua materia aveva stoffa ed ero
sicuro che sarebbe arrivato in alto ed avrebbe realizzato il suo
sogno nel cassetto fin da quando era bambino: aprire una casa di
tolleranza tutta sua. Devo dire che anche io mi misi in agitazione
per la notizia, visto il disordine che c’era a casa e tenuto conto
dello “spessore” del nostro amico. Decisi allora di rimandare ciò
che dovevo fare e di aiutare Bernardo a sistemare la casa. Forse
prevedendo che la casa non doveva essere proprio in ordine, Berto
fece passare un po’ di tempo prima di arrivare. Lavorammo sodo e
pulimmo a fondo, ci rinfrescammo e, finalmente, alle 15 Berto suonò
il campanello di casa. Lo accogliemmo con molto calore e dopo
avergli offerto un buon caffé chiacchierammo amabilmente un po’con
lui. Ci sembrava un po’ sciupato, aveva delle profonde occhiaie che
fecero preoccupare sia me che Bernardo. Berto però ci rassicurò
subito spiegandoci che era reduce da un lungo tirocinio presso una
casa chiusa di Padova dove aveva “lavorato” molto, e che infatti
stava ritornando in paese per recuperare un po’ di forze prima del
faticoso master che lo attendeva. Visto l’orologio, ricordai
l’impegno che avevo nel pomeriggio. Così salutai Bernardo e Berto, dicendo loro che sarei ritornato verso le 19,30 per cenare tutti
assieme.
Trascorso il pomeriggio, feci ritorno
a casa all’ora suddetta e, prima di posare la borsa in stanza,
Bernardo si avvicinò a me con fare confuso e mi chiese “soccu c’iamu
a fare manciari a Bertu stasira?”. Io lo invitai a preparare
qualcosa di sostanzioso al nostro illustre amico, dato anche il
periodo lavorativo stressante che stava passando. Ma Bernardo
sembrava che mi stesse facendo un domanda retorica, come se già
sapesse cosa doveva preparargli. Così andammo al supermercato, fecimo
un giro piuttosto articolato, quando, all‘improvviso, Bernardo si
fermò come incantato davanti al bancone frigo del market. Con voce
decisa disse ”min… a Berto c’iamu a fari manciari gli gnocchi cù u
salmoni!!!!!!”. I clienti del market si girarono, gli impiegati
corsero come se fosse successo qualcosa. Il mio coinquilino aveva
detto questo con voce molto alta, come quelle giurie che emettono un
verdetto decisivo sulla vita o sulla morte di qualcuno. Aveva deciso
il da farsi, anzi il da mangiarsi…….
Inutili furono i miei disperati
tentativi di convincerlo a cucinare qualcosa di più
sostanzioso, magari un secondo di carne. Visto anche la passione di
Berto per i piaceri della carne, mi sembrava il caso di fargli
questo; pensavo che lo avrebbe gradito di più. Ma la decisione era
inappellabile, così era stato deciso e non avevo la possibilità di
ribellarmi e dovevo, silenziosamente, accettare.
Era cassazione.
Quindi, fatta la spesa, tornammo a casa
e Bernardo, sempre al centro della scena, si mise a cucinare con
aria saccente. Dopo un’ora ai fornelli, il nostro novello Escoffier
ci servì un piatto dei suoi gnocchi. Erano però delle porzioni
pediatriche che, vista l’ora tarda e il bisogno energetico del mio
amico Berto, si rivelarono del tutto insufficienti a far fronte alla
nostra fame ed inadeguate ad assicurare a Berto quelle performance
sessuali che gli servivano per il suo faticoso lavoro. Così, pur
elogiando la cucina di Bernardo e ringraziandolo per la ricchezza
delle porzioni, decisi di uscire con Berto a prendere una pizza al
ristorante vicino casa nostra. Berto prese la pizza come antipasto
ed, in pochi minuti, divorò un menù completo davanti agli occhi
stupiti dei ristoratori.
Alla fine della abbuffata mi avvicinai
alla cassa e, ahimè, pagai il profumato conto anche per Berto. Ma è
n’ amicu, che come ad iddu un c’innè.
di
T.R.
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